Vade retro, Cuffaro

Il segretario nazionale della Democrazia Cristiana, nonché ex presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro

L’ultimo duro colpo proviene da Ragusa, dove il centrodestra – quasi all’unisono – ha sbarrato le porte della provincia a Totò Cuffaro. L’ex governatore, poco prima, aveva fatto un passo di lato nella “sua” Agrigento, allo scopo di favorire un’aggregazione di partiti che sostenessero un candidato unitario della coalizione di governo. Il tentativo, però, è caduto nel vuoto (con Forza Italia e Mpa sulle barricate). Ma ciò che si ravvisa, elezione dopo elezione, è questa sindrome dell’appestato che non ha ancora del tutto abbandonato il segretario nazionale della Democrazia Cristiana.

Il ritorno in pompa magna di Cuffaro sulla scena politica regionale, in attesa di fare proseliti anche altrove e provare a riunificare il centro (una chimera, forse), è contraddistinto da due fasi: quella del “rigetto”, di fronte ad alleanze utili a condividere nomi, specie se democristiani, e progetti; e quella in cui i suoi voti fanno comodo, come potrebbe confermare persino Caterina Chinnici, il cui seggio al parlamento europeo è scattato a seguito della confluenza delle preferenze dei cuffariani su Forza Italia. Nonostante gli azzurri, con Tajani in testa, avessero preferito strade meno impervie e “discutibili” di un’alleanza con l’ex presidente della Regione, condannato a cinque anni per favoreggiamento e, tuttavia, riabilitato alla “vita pubblica” dopo aver scontato la pena.

Cuffaro, per il momento, continua a mantenere la parola: non si candiderà. Ma attorno a lui proseguono i balletti poco edificanti di chi permette a cacicchi senza scrupoli di dare le carte a livello provinciale. Prendete Fratelli d’Italia: dopo aver ispirato a Giorgia Meloni il commissariamento della segreteria a causa di un utilizzo inopportuno e immorale dei fondi pubblici, il deputato Auteri (passato al gruppo misto dell’Ars) si arroga il diritto di far nascere o morire le alleanze a Siracusa, terra che contende all’altro protagonista (in)discusso dei giorni nostri: l’ex sindaco di Avola Luca Cannata. FdI lo permette, perché in campagna elettorale non si fa troppo caso alla questione morale.

Ma è curioso, al contrario, che Cuffaro trovi strade sbarrate e varchi inaccessibili nonostante la forza dei numeri: di recente ha “conquistato” sei consiglieri comunali a Vittoria, mettendo in seria difficoltà la giunta rossa dell’ex Pci Francesco Aiello. E’ la stessa città in cui Fratelli d’Italia, che esprimeva il sindaco prima dello scioglimento per mafia del 2018, oggi rappresenta la prima forza d’opposizione. Ne avrebbe ben d’onde per ringraziare dell’assist Totò: invece rema contro, candidando alla presidenza della provincia Maria Rita Schembari, sindaca di Comiso che alla vigilia delle Europee bocciò i propri compagni di partito (i vari Razza, Giammusso, Milazzo ecc.) decidendo di sostenere Tamajo. Per uno strano scherzo del destino, o forse no, la DC è l’unico partito rimasto fuori dall’accordo del centrodestra: porterà avanti la proposta di un proprio candidato.

Cuffaro incassa con rispetto, almeno finché la pazienza lo assisterà. Prima delle Europee, come noto, aveva trattato con Schifani una forma di federazione con Forza Italia, ma il timore di ritrovarsi all’interno della lista un democristiano come competitor, fece propendere gli azzurri – con la classica scusa della svolta antimafia rappresentata da Chinnici – a tagliare i ponti (avvenne a Taormina durante una kermesse organizzata da Falcone). Salvo accettare un “appoggino” esterno, con la maschera di Noi Moderati. Il candidato d’ispirazione cuffariana, l’avvocato Massimo Dell’Utri, ottenne quasi 70 mila voti, utili a far scattare il secondo seggio al partito di Tajani. Il risultato, ovviamente, non è mai stato riconosciuto da alcuno, ma il leader della DC è sempre rimasto fedele a se stesso e a Schifani, con il quale condivide un’azione di governo che non si può recidere a metà dell’opera.

Certo, anche la pazienza non può essere infinita. Cuffaro è uscito ammaccato dalle nomine sulla sanità (ad Agrigento gli è stato “soffiato” il direttore sanitario all’ultima curva), ha rinunciato al manager di Villa Sofia (Colletti è stato “dimissionato” dopo lo scandalo di un morto che aveva trascorso 17 giorni in attesa di un intervento in ortopedia), poi ha visto avvicendarsi la governance dell’istituto “Giglio” di Cefalù senza colpo ferire, e non ha mai alzato l’asticella nel chiedere nuove deleghe assessoriali (quelle che ha sono palesemente “deboli”). Ha osservato con attenzione, utilizzando le giuste dosi di diplomazia, il riposizionamento centrista dei vari Lombardo e Lagalla. Finché non bisognava esprimersi per le province: dopo aver partecipato ai vari riti dei vertici di coalizione, aveva puntato dapprima su Agrigento e infine su Ragusa, senza riuscire a ottenere nessuna delle due. E tuttavia non serba rancore (così dice).

Anche se qualcuno, come il capogruppo della DC all’Ars, comincia a scalpitare: “Soprattutto nei Liberi Consorzi – ha detto ieri a un sito palermitano Carmelo Pace – il centrodestra è praticamente dilaniato. Non stiamo facendo una bella figura e i tavoli provinciali si sono trasformati in vere e proprie arene, un tutti contro tutti. Il presidente Schifani in questa fase si sta avvalendo del diritto di tribuna. Mi auguro che queste vicende non mettano dopo in difficoltà Palazzo dei Normanni e il governo. Mi fa specie come i segretari e i coordinatori regionali dei partiti di centrodestra stiano assistendo a questa lotta fratricida senza prendere posizione e intervenire per trovare l’unità”.

Non esisterà unità, forse, finché una figura ingombrante come Cuffaro – per la sua storia, il suo seguito, la sua empatia nonostante il carcere – sarà al centro della scena. Il leader della DC lo dice sempre ai suoi fedelissimi, nel frattempo aumentati di numero negli enti locali: “Il problema non siete voi, sono io”. Anche la questione morale, paradossalmente, è diventata un alibi per provare a escluderlo. Almeno fino ai prossimi voti da raccattare insieme per il bene della coalizione.

Alberto Paternò :

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