Non si può certo dire che il governo e l’Assemblea se ne stiano con le mani in mano. Nei primi tre mesi del 2025 i risultati sono sotto gli occhi di tutti: mentre Gian Antonio Stella, sul Corriere, demoliva i politici per non aver saputo porre rimedio all’emergenza idrica, il commissario nazionale Dell’Acqua (nome omen) palesava il rischio di un’altra estate all’asciutto; nel frattempo i dirigenti comunicavano a Schifani di aver speso soltanto l’8 per cento del budget da 1,6 miliardi destinati alla Sicilia grazie al Pnrr (bazzecole), e l’assessore Faraoni provvedeva alla nomina del suo successore all’Asp di Palermo. O forse no. Quest’ultimo è un pesce d’aprile che rende plastico il fallimento di “certa politica”.

Gennaio, febbraio e marzo non sono stati mesi trionfali. Tutt’altro. La Sicilia e i siciliani hanno dovuto sopportare l’onta di una gestione vergognosa – quella dell’Asp di Trapani – che ha consegnato in ritardo di mesi, a 350 famiglie, il risultato (positivo) degli esami istologici. Croce, che aveva tentato di aggrapparsi alla poltrona con tutto se stesso (e proverà ad impugnare il processo di decadenza dalla carica avviato dalla Regione), è l’emblema di una classe dirigente che non conosce rossore. L’assessore Daniela Faraoni, per restare alla Sanità, non è ancora riuscita a sostituire se stessa alla guida dell’Asp più grande della Sicilia, che durante il suo lungo mandato è stata pervasa da un grigiore burocratico non ancora dissolto. Sarebbe bastato uno schiocco di dita – per chi conosce a fondo i limiti e le potenzialità di quell’Azienda – per nominare un successore degno, competente, preparato, che non trovi riparo sotto l’ombrello di alcun partito. Ma di queste figure, più rare di un acquazzone in agosto, difficilmente se ne trovano.

A proposito di piogge. Aver sposato la causa dei dissalatori (ci sono 270 milioni in ballo e tempi più o meno lunghi per attivarli) non pone la Sicilia al riparo da mesi di siccità. I prossimi. L’oracolo è niente meno che Nicola Dell’Acqua, cioè il commissario nazionale per l’emergenza idrica, cui la legge assegna la facoltà di agire in deroga a “certa burocrazia”. Schifani ha voluto che fosse lui a occuparsi dei dissalatori. La risposta? Ci stiamo attrezzando… Ma non si può certo dire a Dell’Acqua di essere catatrofista. Qualche giorno fa ha confidato che “il Meridione e le isole hanno per i bacini una situazione peggiore dell’anno scorso, la prossima estate sarà particolarmente dura”.

Ci ha messo il carico Gian Antonio Stella, storica e affidabile firma del Corriere della Sera, che ha analizzato la vicenda da lontano, cioè da quando la rivista Nuova Trapani, nel 1962, descriveva l’ingresso in funzione della Diga Trinità, in territorio di Castelvetrano, come un “nastro d’argento” che “scintilla ora lungo ettari di terreno che, dalla creazione del mondo” i campi del comprensorio “non avevano mai visto”. Oggi, invece, esistono “quarantasette dighe (solo 20 collaudate!) di cui 17 già dismesse. Più altre abbandonate prima ancora di essere finite dopo avere stuprato il paesaggio”. Un quadro autentico che, con un tocco di leggiadria, descrive un problema antico e irrisolto, e fa da sfondo dighe vuote, condotte colabrodo e scelte politiche inefficaci. E tanti, tantissimi sprechi. Da qui alla prossima estate è quasi impossibile che la situazione cambi.

Altro tema d’estrema attualità: Agrigento Capitale della Cultura. Prima che la Regione si accorgesse della drammaticità della vicenda – a una settimana dall’inaugurazione con Mattarella dal tetto del Teatro Pirandello filtrava acqua – quelli della Fondazione avevano trascorso il tempo a litigare con quelli del Comune. E viceversa. E molti degli eventi, anche dopo le dimissioni di Giacomo Minio e l’ingresso dell’ex prefetta Cucinotta, non sono stati confermati. Si procede a tentoni, con figure che saltano (è toccato per ultimo a Roberto Albergoni, direttore generale della Fondazione) e iniziative che si spengono ancora prima di cominciare a brillare. Ma che cultura è questa? Schifani, dopo aver istituito un coordinamento per tentare la strada della sinergia istituzionale, ha ribadito la propria fiducia in Cucinotta: “Sono certo che proseguirà con impegno nel percorso già avviato, mettendo ordine nel disordine trovato e garantendo l’efficace realizzazione degli obiettivi prefissati”.

Un altro dei fallimenti della Regione – a cavallo tra i protagonisti delle ultime due legislature – è l’Irca. L’Istituto Regionale per il Credito Agevolato è stato istituito nel 2018 con la legge regionale n. 18 per accorpare Ircac e Crias in un unico ente, semplificando l’accesso al credito per cooperative e imprese siciliane. In teoria, avrebbe dovuto razionalizzare il sistema di aiuti e agevolazioni in Sicilia, gestendo oltre 70 milioni di euro e impiegando circa 90 dipendenti nelle sedi di Palermo e Catania. Tuttavia, a oltre tre anni dalla sua effettiva attivazione (dicembre 2021), l’Irca è rimasto completamente inattivo. Non ha erogato aiuti, né avviato operazioni significative, trasformandosi in un “buco nero” che ha già inghiottito circa 2,3 milioni di euro di soldi pubblici, senza alcun beneficio concreto. I sindacati hanno chiesto la revoca del Cda, denunciando sprechi di denaro pubblico (ma va?!?), tra cui 720 mila euro per un sistema informatico mai entrato in funzione.

A tutto questo si aggiungono i ritardi nella pianificazione delle opere previste dal Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza che ha fatto arrivare in Sicilia 15 miliardi di aiuti post-pandemia. Peccato che nessuno o quasi riesca a spenderli. Ieri Schifani ha richiamato a Palazzo d’Orleans assessori e dirigenti che fin qui si sono resi “complici” dell’incompiuta, e il quadro che ne è emerso è devastante: solo l’8 per cento delle risorse (a un anno dalla scadenza del 31 giugno 2026) è stato liquidato. Il Programma GOL, destinato alla formazione e ricollocazione degli ex percettori del reddito di cittadinanza, che non ha ancora speso nulla dei 24,5 milioni di euro disponibili. Vale lo stesso per i Beni culturali, incaricati per decine di progetti nell’ambito della tutela e valorizzazione dell’architettura e del paesaggio rurale; anche il rinnovo del parco ferroviario regionale e l’acquisto di autobus extraurbani è bloccato. Così come il Fascicolo Sanitario Elettronico, che gestisce digitalmente le cartelle cliniche dei pazienti: su 22,7 milioni di euro disponibili, la spesa nelle ASP e negli ospedali siciliani è stata bassissima. Alcune strutture, come Villa Sofia di Palermo e il Garibaldi di Catania, non hanno speso nulla.

Non c’è una sola questione che sia arrivata in porto. Anche il voto per le province ha dovuto scontrarsi con le sentenze della Corte Costituzionale, che in più di un’occasione si era espressa contro la proroga dei commissari; mentre da parte del governo nazionale non è arrivato il via libera per le elezioni di primo livello (a causa della mancata abrogazione della Legge Delrio). Voteranno solo sindaci e consiglieri comunale, è la casta che elegge se stessa. L’unico risultato striminzito l’ha portato a casa il presidente della Regione, che ha avuto la meglio nel tira e molla con Palazzo Chigi, ottenendo la mancata impugnativa del “collegato” alla Finanziaria pieno di mance (per oltre 60 milioni). Schifani ha convinto il governo nazionale a desistere, ché tanto “ci siamo impegnati affinché per il futuro siano adottate norme improntate al rispetto dei principi di eguaglianza, imparzialità e continenza”. Per oggi glissiamo, e amici come prima.