Qui funzionano solo le caste

Il presidente dell'Ars, Gaetano Galvagno, dirige una seduta parlamentare a Sala d'Ercole. L'aula avulsa dalla realtà

Mentre Donald Trump, ipotizzando una nuova “età dell’oro” per gli Stati Uniti, rischia di gettare nel panico (anche) l’economia siciliana, all’Assemblea regionale si cerca uno stratagemma per garantire un aumento di stipendio ai dirigenti delle società partecipate (i carrozzoni); mentre nelle segreterie dei partiti, l’unico obiettivo dettato dall’attualità stringente è trovare una quadra (e compilare le liste dei candidati) in vista delle elezioni provinciali che si terranno il 27 aprile.

La politica siciliana sembra vivere su un altro pianeta, anche se alle emergenze dovrebbe essere abituata. Nell’ultimo anno se ne sono presentate un paio, entrambe devastanti: la siccità prima e la sanità poi. Ma per entrambe le strategie di contenimento si sono rivelate un pannicello caldo. Figurarsi coi dazi di Trump. Secondo Coldiretti, potrebbero comportare un rincaro di 1,6 miliardi di euro per i consumatori americani, determinando una diminuzione delle vendite e favorendo la diffusione dell’italian sounding, ovvero la proliferazione di prodotti che imitano quelli italiani senza esserlo realmente. Fanno già la mozzarella con il tricolore stampato sulla confezione: immangiabile.

La guerra commerciale, secondo Coldiretti, “causerebbe un ammanco del 70-80% alle esportazioni del made in Sicily (…), con una stangata da un miliardo di euro in scala nazionale, favorendo la concorrenza da parte dei Paesi non colpiti” dalle misure del tycoon. Solo nel 2024 la Sicilia ha esportato prodotti agroalimentari negli Usa per un valore di 200 milioni, registrando una crescita del 12% rispetto al 2023. Gli Usa rappresentano il primo mercato per il vino italiano, e la Sicilia esporta oltre il 56% del proprio vino.

Svimez, nell’ultimo aggiornamento publbicato da Repubblica, stima un crollo del 5,9% dell’export, una perdita di oltre 74 milioni di euro e almeno 700 posti di lavoro a rischio. L’export siciliano verso gli Stati Uniti vale circa 1,2 miliardi di euro ed era in crescita, in controtendenza rispetto al resto del Paese. Il settore più esposto è quello petrolifero, che pesa per 700 milioni di euro, seguito dall’elettromeccanico con 263 milioni e dall’agroalimentare, il cui mercato nordamericano vale 180 milioni, di cui 46 milioni solo per i vini. I prodotti chimici generano esportazioni per 43 milioni di euro, mentre l’altra manifattura ne vale 24 milioni. Seguono gomma e plastica con 15 milioni, meccanica strumentale e farmaceutica con 14 milioni ciascuno ed elettronica con circa 6 milioni. L’impatto dei dazi minaccia quindi la competitività delle imprese siciliane e potrebbe avere effetti negativi su occupazione e investimenti nel territorio.

E non rassicurano abbastanza le parole del ministro alle Politiche agricole Lollobrigida, astro cadente di Fratelli d’Italia, secondo il quale “alcuni effetti sono imprevedibili trattandosi di tassi differenziati che agiscono in maniera non uniforme sulle diverse produzioni delle varie nazioni e quindi hanno delle variabili sulle quali dobbiamo approfondire, alcune delle quali le scopriremo solamente con una valutazione conclusiva dopo alcuni mesi di applicazione”. La Sicilia non può aspettare tanto, ha già aspettato troppo. E ha già vissuto sulla propria pelle la deriva della siccità, che non accenna ad allentare la morsa.

Anche questa emergenza, nel recente passato, ha avuto a che fare con le produzioni agricole (oltre che con il bestiame). Basti pensare a come si è essiccata la piana di Catania, o alla diminuzione dei volumi idrici cui è stata sottoposta la diga Trinità, a Castelvetrano, che ha costretto i produttori ai salti mortali. La situazione è in divenire, perché esaurite le sparute piogge di questo inverno, il circolo vizioso rischia di alimentarsi nuovamente. Le condotte colabrodo, l’assenza dei dissalatori (ne sorgeranno cinque, di cui un paio mobili, ma non nell’immediato), la capacità ridotta degli invasi, non lasciano ben sperare. Eppure la politica cincischia.

Quasi peggio di quanto non abbia fatto per rimuovere dal proprio incarico i responsabili dello sfacelo della sanità a Trapani. Ci sono volute settimane, e due ispezioni (da parte dell’assessorato e del Ministero), per avviare il procedimento di decadenza di Ferdinando Croce da manager dell’Asp locale. Nonostante una gestione al limite della decenza, che era già emersa dalla segnalazione di un singolo caso: quello di una donna costretta ad attendere 8 mesi per il referto di una biopsia (nel frattempo le metastasi si erano diffuse ovunque). Ecco: la capacità di reazione della politica siciliana, solitamente, non è pari alla gigantesca drammaticità delle vicende che accadono da queste parti. E anche di fronte ai dazi di Trump non dovrebbe andare molto meglio.

Qualche giorno fa il presidente Schifani ha annunciato l’introduzione della misura del credito al consumo per “rilanciare gli acquisti in un contesto che – secondo il governatore – vede già l’economia della Sicilia in generale crescita”. Anche se, come ammette lo stesso Schifani, “i consumi sono stagnanti, perché le famiglie si trovano ancora in uno stato di difficoltà quando devono comprare beni di una certa entità”. La Regione mette 30 milioni di euro per l’abbattimento degli interessi sui prestiti al consumo, ma in attesa di valutare gli sviluppi della misura, bisognerà pensare a qualcos’altro per opporsi alla furia commerciale del presidente degli Stati uniti.

Come? Boh. Nessuno ne sa niente. L’assessore al Turismo, Elvira Amata, farfuglia che “l’analisi della situazione va fatta a trecentosessanta gradi dal governo”, mentre all’Assemblea regionale dibattono di altre questioni, certamente più pregnanti rispetto agli onori e agli oneri della casta. E’ arrivato il primo sì, in commissione Bilancio, al disegno di legge che riforma i compensi degli amministratori delle società partecipate della Regione. Gli stipendi di base subiranno un taglio, con i presidenti che passeranno dagli attuali 35 mila a 27 mila euro annui. Tuttavia, saranno previsti due compensi aggiuntivi: il primo, fino a 27 mila euro annui, per chi ricopre incarichi speciali come amministratore delegato o consigliere delegato; il secondo, fino a 56 mila euro annui per le partecipate più rilevanti, sarà legato al raggiungimento degli obiettivi fissati dal presidente della Regione. Qualora le tre possibilità dovessero coesistere in una sola figura, il vertice di una Partecipata regionale di fascia A potrebbe ottenere fino a 112 mila euro annui.

Dopo aver salvato le mance inserite nell’ultimo collegato alla Finanziaria, grazie alla complicità del Consiglio dei Ministri (la Sicilia si adeguerà, ma solo in futuro, con norme che rispettino l’equità fra i territori destinatari dei contributi), l’attenzione è adesso rivolta alle elezioni con cui la casta elegge se stessa. Le chiamano elezioni di secondo livello e prevedono la partecipazione massiccia di consiglieri comunali e sindaci per occupare 300 poltrone nuove di zecca. L’astensione sarà al minimo storico, c’è da scommetterci. La casta s’ingrassa, la Sicilia muore.

 

Costantino Muscarà :

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