Fino all’altro ieri sembravano andare d’amore e d’accordo. Anzi, era stato Renato Schifani a richiamare sulla plancia di comando di Gesap, la società che gestisce lo scalo “Falcone-Borsellino” di Palermo, Vito Riggio. Dirigente di lungo corso, un’autorità dell’aviazione civile, essendo stato per tanti anni ai vertici dell’Enac. Un pezzo da novanta per sbrogliare la matassa che tiene ancorata Punta Raisi al controllo del “pubblico” (ma non della Regione) e garantirgli l’orizzonte della privatizzazione. Come sta accadendo a Catania. Ma qualcosa si è incagliato e il rapporto ormai è sul viale del tramonto. Tanto da rendere irreversibile la seconda puntata delle dimissioni del manager.
Uomo fuori dalla partitocrazia, ha trovato ostacoli indicibili per portare avanti la missione. Era rientrato con un solo scopo, ma come ha dichiarato ieri – quando la crisi col governatore era ormai aperta – “nei fatti da tre mesi è tutto fermo. Non so perché, non lo voglio sapere”. Si riferisce alle procedure per la privatizzazione di un aeroporto che avrebbe bisogno, come Fontanarossa d’altronde, di esplorare prospettive di sviluppo che soltanto i capitali del privato possono garantire. La pensava così anche Schifani, che però ha sbottato di fronte all’ultima presa di posizione di Riggio. All’ex ad di Enac non è piaciuta la mossa del governo regionale di abolire l’addizionale comunale per gli aeroporti minori, un modo per venire incontro a Ryanair e permetterle di incentivare il traffico e le rotte a Comiso e soprattutto a Trapani: “Le tariffe dell’aeroporto di Trapani sono già molto basse, questo incentivo rischia di favorire più il monopolista Ryanair che i passeggeri – aveva detto Riggio -. L’aeroporto regionale di Trapani già usufruisce di finanziamenti regionali che lo aiutano a crescere. L’importante è che ciò non avvenga a discapito di Palermo”.
Parole a cui aveva replicato Salvatore Ombra, presidente di Airgest. Questa sì, una compagnia controllata completamente dalla Regione: “Noi giochiamo in serie D, l’aeroporto di Palermo gioca per la Champions. Capisco i sindacati ma mi spiace che Vito Riggio, il maggiore esperto del settore, parli di contrapposizione”. Parole a cui si è aggiunta la replica piccata di Schifani: “Le ultime dichiarazioni del vertice della Gesap evidenziano una preoccupante assenza di visione strategica. Il governo regionale, pur non detenendo quote nell’aeroporto di Palermo, non resterà a guardare. Metteremo in campo da subito un’azione decisa di moral suasion per favorire un necessario, quanto urgente, rinnovamento, totale o parziale, della governance della Gesap. Serve una guida all’altezza”. E’ una sorta di commissariamento che fa da preludio a una separazione inevitabile. Un episodio che pone, però, un’altra questione: perché in Sicilia finisce tutto per incartarsi?
Sta succedendo con la privatizzazione degli aeroporti, motivo per cui un manager di grande esperienza decide di sfilarsi da un contesto politico che ha smesso di apprezzarlo; ed è capitato numerose altre volte. Ad esempio in ambito sanitario: non si è ancora concretizzata, e rischia di rimanere imbrigliata nelle pastoie burocratiche, la leggina che garantirà 15 milioni alle strutture private accreditate per compensare i tagli determinati dall’introduzione del nuovo nomenclatore tariffario. Se ne parla dal 30 dicembre. Schifani si era impegnato a individuare la soluzione, ma dopo che la soluzione era stata trovata – una deroga al Piano di rientro dal disavanzo, grazie a un comma specifico dell’ultima Legge di Bilancio – l’assessore Faraoni non ha ancora sciolto la riserva. E adesso servirà un aiutino del parlamento, che dovrà accogliere la proposta nell’ambito di un “collegato” alla Finanziaria con dentro altre norme. Sempre che non ci scappi qualche franco tiratore.
Le lungaggini burocratiche non sono soltanto quelle che investono l’Asp di Palermo (oggi senza Direttore generale) per liquidare il budget ai convenzionati, ma anche quelle che rallentano l’erogazione dei finanziamenti regionali per le prestazioni di ricovero in strutture accreditate e contrattualizzate. Il patto con la cosiddetta ospedalità privata. Per il 2024 erano previsti 515 milioni circa, di cui una buona fetta per la riduzione delle liste d’attesa (15 milioni) e un’altra (18) per prestazioni di alta complessità volte a contrastare la mobilità sanitaria verso altre regioni. La mobilità passiva, negli anni, ha recato danni incalcolabili alla Sicilia, che oggi si lecca le ferite e tuttavia non riesce a trovare i mezzi (data la carenza di medici) per recuperare il terreno perduto. A giorni, invece, dovrebbe entrare in vigore la misura incentivante per i medici di Pronto soccorso che presteranno servizio nei reparti d’emergenza e urgenza degli ospedali periferici: fino a 18 mila euro lordi (l’anno) per rimborsare le spese di alloggio e trasporto. Sempre che qualcos’altro non si metta di traverso.
La burocrazia ha inghiottito i numerosi interventi di edilizia sanitaria scattati nel 2020, per il tramite della struttura commissariale anti-Covid, che avevano l’obiettivo di realizzare 571 posti letto di terapia intensiva negli ospedali siciliani: solo una parte delle opere è stata completata e la Corte dei Conti è entrata a gamba tesa sul governo (dopo la fine dell’emergenza, la responsabilità ricade sulle Asp). Ma ci sono altri settori – dai rifiuti: vedere i tempi biblici per i termovalorizzatori; all’acqua; alla spesa dei fondi europei – in cui si denota la presenza grigia e ingombrante di dirigenti e funzionari che talvolta rallentano più di quanto non riesca ai politici. Ieri, però, è arrivato il via libera definitivo da Roma per la realizzazione e la messa in funzione del dissalatore di Trapani. Dopo l’ok della scorsa settimana della Commissione regionale tecnico specialistica, infatti, il commissario straordinario per l’adozione di interventi urgenti connessi al fenomeno della scarsità idrica, Nicola Dell’Acqua, ha firmato il decreto che chiude positivamente la conferenza di servizi anche per questo impianto. Schifani se n’è compiaciuto.
Nelle scorse settimane, erano già stati autorizzati anche i dissalatori mobili di Porto Empedocle, nell’Agrigentino, e di Gela, nel Nisseno. Fin qui solo le carte: ma quando potremo liberarci della siccità? La Sicilia è la solita, vecchia Rolls Royce con il motore fuso; quella terra in cui i buoni propositi, le buone competenze e persino le grandi esperienze – di uomini e donne non per forza etichettabili come “uomini o donne di partito” – vengono risucchiati nella grande palude.