Che smacco: la Fondazione Orestiadi lascia Agrigento

L'ex deputato Calogero Pumilia

Ad Agrigento capitale della cultura si chiude uno dei pochissimi spazi culturali.

Si chiudono le Fabbriche, che ho voluto aprire con pervicacia e, se posso dirlo, lungimiranza.
I nuovi amministratori della Fondazione Orestiadi hanno tolto dalle pareti le opere che avevano chiuso all’interno dello spazio chiaramontano nel centro storico della città, scambiando una gabbia dorata per una mostra e le hanno restituite all’autore, l’ottimo Michele Canzoneri.

Era stata immaginata come la prima, importante iniziativa della Fondazione Orestiadi nella città dei templi, in coincidenza con l’inaugurazione dell’anno della Capitale e a pochi giorni dalla visita del presidente della Repubblica.

Per una imprevista sincronicità si erano scelti i lavori che l’artista aveva realizzato vent’anni addietro in Siria, nello stesso momento nel quale quel Paese tornava drammaticamente al centro dell’attenzione del mondo. Attorno alla mostra erano stati previsti eventi sul Mediterraneo, sui conflitti nel Medio Oriente, proseguendo lungo la linea propria delle Trame da sempre portata avanti dalla Fondazione. Agrigento, con la sua Lampedusa, sarebbe stata luogo d’elezione ideale per riflettere sui problemi che stanno interessando l’umanità intera, con le terribili scie di lutti che lasciano.

I nuovi gestori di Gibellina hanno risolto tutto con l’inaugurazione e poi hanno chiuso le porte delle Fabbriche, sequestrando di fatto le opere.

Ora stannu cugliennu lu stigliu per ritirarsi definitivamente al loro paesello, in una dimensione che li rassicura, non li espone ai rischi di un confronto con realtà più vaste, fa coincidere l’attività di una delle più importanti istituzioni culturali della Sicilia in modo pressoché esclusivo con gli interessi e le dinamiche di una realtà che rischia di venirne ridimensionata e rimpicciolita. Da quella stessa realtà il suo fondatore, Ludovico Corrao, viceversa voleva partire per spandere i semi dell’arte, come amava dire, su vasti terreni.

Stanno smontando tutte le strutture che per poco più di un anno hanno consentito di realizzare ad Agrigento una importante esperienza con mostre, concerti, rappresentazioni teatrali, incontri, presentazioni di libri.

Chiudono uno spazio culturale realizzato in collaborazione con l’Ente Parco per mettere insieme due realtà molto diverse e tuttavia complementari, quella straordinaria dei templi, del mito e della storia e quella dell’arte contemporanea e del futuro.

Con la mia presidenza si era allargato ulteriormente il raggio di azione delle Orestiadi prima a Palermo e poi ad Agrigento. Dal grande albero piantato a Gibellina, il vento avrebbe portato i semi altrove e altrove avrebbero potuto esserne ancor meglio conosciuti e apprezzati i frutti.

In tempi passati quei semi e quei frutti erano arrivati perfino a Tunisi.

I nuovi amministratori delle Orestiadi, viceversa, hanno deciso di mettere fine ad una vicenda che stava suscitando notevole interesse tra gli agrigentini e i visitatori della città, era finanziariamente garantita e costituiva un richiamo e una promozione per la casa madre. Dalle Fabbriche veniva una proposta culturale autentica ed originale, in grado anche di catalizzare forze ed energie locali, mettendole a confronto con altre esperienze.

Certo, per chi ha voluto ostinatamente assumere la guida delle Orestiadi in nome di una presunta eredità patrimoniale, compiere il percorso inverso a quello del fondatore non è stata una manifestazione di lungimiranza e sensibilità.

Commettere questa sorta di delitto è ancora più banalmente sciocco nel momento in cui ad Agrigento si dovrebbe realizzare ciò che sarà ancora possibile del progetto di Capitale della cultura, che non si esaurisce peraltro con l’anno in corso ma si prolunga fino al 2028. E tutto questo nonostante sia la vigilia di Gibellina capitale dell’arte contemporanea.

Nessun modesto produttore, ad esempio di vini, sceglierebbe di togliere dai mercati le bottiglie più pregiate in coincidenza con la Fiera di Verona.

Ho lavorato a lungo per salvare la Fondazione dalla sua estinzione e per garantire la prosecuzione delle iniziative determinanti per la proclamazione di Gibellina nel 2026.

Ho avuto molti attestati di stima per il lavoro svolto, peraltro in maniera gratuita. Non sono stato capace però di preservare un progetto aperto al futuro, in grado di andare oltre ogni confine, come aveva immaginato il suo fondatore.

Calogero Pumilia :

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