Eravamo arrivati alle dimissioni del direttore generale della Fondazione “Agrigento capitale italiana della cultura”. E lì siamo rimasti. Alla furbata di chi ha contribuito a portare la nave ad incagliarsi tra gli scogli e l’abbandona poi rivendicando di aver terminato il proprio impegno con l’approvazione del bilancio che garantisce la realizzazione dei famosi 44 progetti, tra i quali quelli della Fondazione MeNo che Albergoni presiede.
Se ne va, il direttore, accompagnato da un “cortese” benservito della ex prefetta, che lo ringrazia di averle evitato di doverlo “dolorosamente” allontanare, lasciando insoddisfatta la curiosità di sapere del “dolore” e delle sue ragioni. Nulla, tra l’altro, si evince dal sito della Fondazione di Agrigento capitale, dal quale, in nome della trasparenza, ci si attenderebbe di conoscere tutto ciò che succede al suo interno.
Succede che la dottoressa Cucinotta finisca per velare le responsabilità della classe politica. Una parte di essa, quella di Agrigento, che per un anno e mezzo ha sequestrato l’evento scambiandolo per una bella occasione per utilizzare finanziamenti imprevisti, scompare. Si tratta di quella stessa classe politica che ha tentato di ricorrere ai tradizionali metodi di spartizione del potere anche su una questione, quella culturale, che avrebbe dovuto essere maneggiata diversamente da chi avesse avuto una minima conoscenza della cultura e dei suoi valori. E ora, di fronte al fallimento, si nasconde.
L’altra parte, quella che sta a Palermo, ha avocato la gestione di Capitale 2025, ha gestito i quattro milioni stanziati per l’anno precedente, ha indotto alle dimissioni il primo presidente della Fondazione, ha sottratto il giochino ai propri omologhi agrigentini, li ha messi perfino alla berlina e non ha mostrato, alla fine, un’attitudine migliore. Intestandosi quasi in esclusiva l’organizzazione dell’evento, non potrà sottrarsi al peso della sua ingloriosa conclusione.
Capita nella città dei templi che l’abborracciato programma da realizzare escluda gli artisti del territorio.
Succede che i sindaci delle città che avrebbero dovuto essere coinvolte con apposite iniziative non abbiano nulla da dire sulla loro esclusione, che nessuno protesti per la scelta di dar vita ad una manifestazione senza gli agrigentini, talora pare addirittura a loro dispetto.
Mai nessuno in Sicilia, e ad Agrigento in particolare, chiederà conto – sul piano politico, ovviamente – di colpe ed inefficienze.
Si può scommettere, non me ne vogliano i miei comprovinciali del capoluogo, che alle prossime elezioni gli stessi personaggi o le stesse forze oggi alla guida della città riotterranno la fiducia, magari con un maggiore consenso.
Ad Agrigento succede che, assente l’opposizione, il potere è nelle mani dei partiti di maggioranza, ciascuno dei quali, a turno, recita due parti nell’opera, per qualche tempo copre lo spazio dell’opposizione, mentre continua a partecipare alla spartizione del potere.
Del resto, quando tra i protagonisti della politica vi ero anch’io e il partito nel quale militavo, i nostri voti erano inversamente proporzionali alla quantità di acqua che assicuravamo alla città. C’è questo di bello nel nostro mondo: non vi alberga l’indignazione, continua ad esserci semmai una atavica, rassegnata pazienza dei cittadini che garantisce a chi governa di non dovere temere il loro giudizio. Non rischiano la bocciatura per evidente impreparazione.
Succede che perfino le categorie economiche, i commercianti, gli imprenditori del settore turistico, gli stessi artisti abbiano, quasi per sfinimento, accettato o subito la conclusione infelice di un evento che aveva suscitato tante aspettative.
Capita spesso nella nostra terra di sostituire l’esercizio del “mormorio” alla denuncia, alla indignazione e alla rivolta. E così si esaurisce la partecipazione dei cittadini alla vita politica. La rabbia sfuma di fronte allo stato della sanità, dei trasporti, della scuola, della distribuzione dell’acqua, della mancanza di lavoro e naturalmente del fallimento di Capitale della cultura.
“Munnu a statu e munnu è”.
Ad Agrigento siamo fermi e nessuno per la verità è ansioso di conoscere quale docente di estetica o storico dell’arte o grande esperto del contemporaneo o meglio ancora segretario comunale sostituirà Albergoni nei mesi che restano per organizzare i grandi eventi promessi.
Ché poi uno vale uno, purché appartenga, quell’uno, ad uno dei partiti al comando.